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Da bambina rubacchiavo i ritagli che la mia mamma, sarta, lasciava cadere sul pavimento, per agghindare non tanto le bambole, quanto i gatti di casa. E mi davo un tono serissimo quando mi si permetteva di passare i punti molli o assicurare i fili sugli abiti delle clienti. Il mio pallino per il cucito è nato allora, quando ho capito che in una scatola di biscotti danesi può nascondersi un tesoro fatto di bottoni di madreperla o di spagnolette di seta dalle mille sfumature, e che con le forbici per il tessuto non si taglia la carta.

Nonne e zia, talenti del ricamo, della maglia e dell’uncinetto, hanno reso completa la mia esperienza: ora so che una persona può, con piccoli strumenti, realizzare cose di una bellezza straordinaria. Non servono molti mezzi: quello che serve in abbondanza sono la pazienza di imparare, l’umiltà di esercitarsi, il buon gusto e il coraggio di assecondare i propri guizzi di fantasia.

Certo, un tessuto prezioso fa metà del lavoro, ma più spesso è il dettaglio giusto su una stoffa banale a creare la meraviglia. Io, che sono una accumulatrice seriale, non mi privo mai di uno scampoletto da quattro soldi trovato al mercato o nella cesta delle offerte del negozio di tessuti. Non butto un ritaglio grande quanto un francobollo, perché so che diventerà un’applicazione, anzi: attualmente la mia scatola dei ritagli è più grande di quella delle pezze nuove. I tessuti usati, opportunamente trattati, diventano oggetti decorativi o dettagli di una coperta.

Questo è il mio modo di costruire bellezza: creare cose che narrano storie, a partire dal loro essere fatte a mano, perché le mani, noi italiani lo sappiamo bene, sono strumenti che raccontano meglio delle voci. E se i miei abiti, le mie coperte e gli altri accessori avranno il destino di passare di mano in mano, si arricchiranno di nuove storie e di nuova bellezza.